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È possibile parlare ancora della salvezza?
Fede è uno, il dubbio è due, la paura è tre.


Alessandro Barban

Parlare oggi della salvezza è diventato molto difficile per noi preti o per chi ha una dimensione religiosa della vita. Fino a pochi decenni fa, chi parlava della salvezza si riferiva il più delle volte alla realtà post-terrena, e si voleva indicare la vita eterna dopo la morte. Anche se noi cristiani già parliamo di salvezza a partire dal battesimo, cioè fin dalla nascita, e a ritroso si risale fino al mistero pasquale di Cristo: è da lui infatti che in una visione cristiana delle cose comincia la salvezza dell’umanità che si compie nel compimento del mondo. Il motivo della difficoltà di parlare della salvezza in termini escatologici non consiste solo nel processo della secolarizzazione che ormai sta definendo tutti i nostri rapporti inter-umani e le nostre relazioni con Dio (per cui il più delle volte il termine salvezza è riferito a fortunate casualità come salvarsi da catastrofi naturali, da incidenti gravi, da malattie infettive o da mali incurabili: da qui l’idea nell’immaginario collettivo che salvezza ha a che fare con la fortuna o la buona sorte), ma anche perché il significato della salvezza è diventato molto spesso sinonimo di salute, di benessere, di pace o di felicità. Diciamo il vero: la salvezza eterna non interessa più al mondo moderno, non ha più un senso qualitativo per la nostra cultura. Venendo meno la problematicità della nostra morte - tema del tutto obliato dal nostro orizzonte ordinario (la morte c’è eccome dentro di noi e attorno a noi, ma viene sublimata direttamente o indirettamente in varie forme: che c’è dopo la morte?

 
 

Alcuni affermano: è un tema ozioso per gli addetti ai lavori; altri rispondono invece più crudamente: non c’è niente!), il tema della salvezza post-terrena viene rimosso, e diventa quasi del tutto vuoto quando la maggioranza attuale degli umani si arrabatta nel trovare un orientamento di senso alla propria vita terrena, e quello di una salvezza umana da vivere qui e ora è confuso e superato da altre proposte quali lo standard del benessere e del tenore di vita. Sei salvo e beato, se sei contento della tua vita materiale , sommerso e disgraziato se sei sventurato: è la conclusione dei più. Dal momento che qui non posso entrare concretamente a delineare un possibile scenario post-terreno come lo potrebbe intendere una nuova intelligenza della fede cristiana, e temo che non riuscirò a suggerire qualcosa di importante per non identificare la salvezza (quella che siamo chiamati a vivere adesso nella nostra esistenza) con la fortuna o il benessere, il mio discorso si limiterà a richiamare quella dimensione unica e necessaria di cui ha bisogno la salvezza per venire all’uomo e per attivarsi nel suo vivere qui ora sulla terra nella sua vita mortale. Questa dimensione è la fede, come dilatazione e apertura di tutto il nostro essere verso il mistero santo visibile e invisibile nelle sue plurali e ricche manifestazioni. Essa è uno! Oggi la fede non può più essere definita come accettazione di dogmi o di elaborate affermazioni apodittiche, di fronte alle quali la ragione si arrende o si ribella, o la nostra sensibilità si adegua in forme religiose codificate o si trova provata, ma si presenta in ciascuno di noi in termini esistenziali, esperienziali e di partecipazione al mistero santo dell’essere come spinta unitaria della vita, forma di energia che attraversa e raccorda le fibre del nostro corpo e trova nei nostri organi più importanti (cuore, reni, sangue etc.) e nella carne del nostro corpo delle sedi di aggregazione primaria;

si muove attraverso i canali ghiandolari e psichici fino ad arrivare a costituire emozioni, sentimenti e affetti, e giunge alla nostra mente come intuizione, meditazione e riflessione: prosa e poesia. Tutti gli esseri umani hanno questo comune processo di fede a se stessi, alla loro vita, alla loro crescita biologica, psichica, sensitiva, emozionale, affettiva, intuitiva, intellettuale e spirituale. E non solo possiamo vedere questo articolato processo vitale in noi stessi , ma se stiamo attenti lo possiamo cogliere anche nelle altre persone e proporzional-mente in tutte le altre creature. Noi non determiniamo quasi nulla di questo processo di crescita e di maturazione, ma lo possiamo solo accogliere ed accompagnare appunto come fede/fedeltà della vita. Purtroppo non tutti ne diventano consapevoli cercando di corrispondervi al massimo, ma in coloro in cui si dà tale individuazione personale attraverso un’intuizione fondamentale del loro stesso essere che attrae, dischiude nuova energia, e chiama a compiere la propria esistenza, si dà un salto quantico, un grande balzo in avanti che fa passare l’uomo all’altra sponda di se stesso. La fede guida l’organismo, la sensibilità, la mente, insomma il corpo che siamo e l’anima che diventiamo giorno dopo giorno a consegnarsi a questa altra parte di noi stessi. E’ in questo salto quantico che consiste la vera salvezza come comunione con lo spirito di Dio e partecipazione alla sua stessa energia vitale! E’ un processo progressivo di distacco da ogni egoismo, liberazione da una coscienza superficiale di individualità per cui ci si vedeva al centro del mondo e si usava tutti e tutto in funzione solo dell’io. Rendersi conto, invece, che partecipiamo al mistero santo visibile e invisibile dell’essere della vita comporta la comunione con il santo, e il divino. Entrare in questa congiunzione e vivere della sua beatitudine è salvezza! Ora, noi sappiamo che questo cammino di fede del/nel nostro essere è per sua stessa natura sim-bolico, è uno, in quanto è un processo di unificazione, di accoglienza e di rispetto di tutto ciò che è plurale, e porta allo sguardo unitario delle cose e ad un servizio di incontro, di dialogo e di comunione. D’altra parte, questo itinerario non è affatto irenico, anzi è provato e viene sviato dal dubbio che se diventa l’ultimo fine
della ricerca permarrà nel due, non come polarità ma come divisione/opposizione, come dia-bolico.

 

 

Il dubbio può essere importante come metodo, dimensione critica del pensiero, come propensione fondamentale della ricerca scientifica. Tuttavia, il vero scienziato sa bene che la verità non consiste nella realtà duale, perché quest’ultima è solo un passaggio anche necessario nella comprensione dell’essere, ma coglierà una parte, una specializzazione, mentre il vero si dà nella correlazione e polifonia delle parti.  Se il dubbio diventa sistematico rischia il totalitarismo dell’opposizione, il due s’impone, diventa regola e ideologia: tra il bene e il male, l’uomo e la donna, la terra e il cielo, la carne e lo spirito, proprio quell’et da congiunzione copulativa si trasforma in disgiunzione oppositiva.

E lì si apre un varco, si infratta la paura come un veleno insidioso, che toglie fiducia all’altra parte, blocca la consegna di sé all’altro. Comincia l’inimicizia. La conoscenza viene sostituita dalla ignoranza, la relazione svuotata dal confine e dalla diffidenza. La paura insospettisce, impedisce di parlare la lingua dell’altro, rende aggressivi e violenti, non coglie l’insieme ma solo la mancanza. Minimalizza il desiderio, toglie ogni curiosità. La paura svuota l’anima della sua stessa grazia e arma il corpo di rigidità fisica e mentale. La paura manifesta l’avarizia e l’ansia di ogni cupidigia. La paura suscita la vendetta e impedisce il perdono; non crede all’amore e teme il bene. La paura è introversione e chiusura, isolamento, perdita di speranza, fuga e fine. La paura soffoca il grido umano di richiesta di salvezza. E’ paura dell’uomo e paura di Dio! Il due del dubbio ridotto a scetticismo e cinismo radicale, e la paura come forza nichilista e diabolica, procedono alla nostra progressiva disumanizzazione, disgrega l’umano e svilisce Dio ad un essere autoritario, freddo verso cui non è possibile alcuna preghiera. E’ proprio di una religione falsa l’aver paura
di Dio!

Mentre è il grido invocato di salvezza la più alta poesia dell’uomo, parola e sentimento che lo riconnette alle sue più profonde viscere. Allora ricercare la salvezza è riprendere il cammino verso l’uno della fede nella nostra stessa umanità personale, e accogliere il mistero santo della vita che è Dio, cercato non più in un al di-là metafisico che ci aliena, ma incontrato, riconosciuto, e amato nel dono di ogni creatura e di ogni essere. Siamo salvi quando ricominciamo a credere alla vita, a sperare nel mondo e nella creazione, ad amare noi stessi, il nostro prossimo riconosciuto come uno dei doni più belli dell’esistenza, e Dio come mistero santo della vita. Ed è ancora possibile vivere così, anche se rimangono aperte le nostre domande inquietanti.


Cambiano luogo le sostanze:
và a te stesso, aggrègati,
in dileguata
luce terrestre,
sento dire che fummo
progenie del cielo,
questo resta da dimostrare, a partire
da in cima, lungo
tutte le nostre radici,
due i Soli esistenti, capisci,
due,
non uno -
beh, e allora?


*P. Celan, Cambiano luogo, Dimora del tempo, in Poesie, a cura di G. Bevilacqua, I Meridiani, Mondadori, Milano 1998, p. 1349

 

   *Priore di Fonte Avellana 


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