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“Sedere in cella, fare attenzione ai pensieri, recitare i salmi, affidarsi alla tenerezza di Dio”: sono alcuni degli elementi fondamentali individuati dalla “Piccola Regola di San Romualdo”, quasi una versione camaldolese del redire in se ipsum benedettino.
Questi elementi fondamentali costituiscono la strada maestra per riconquistare l’unità perduta nel cuore dell’uomo.
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PAROLA-LITURGIA-VITA. Romualdo indica la strada nei salmi, ed invita ad una consuetudine quasi fisica: stare presso i salmi, è stare presso la Parola di Dio, nutrimento, compagnia/relazione, ma anche frutto generato dallo Spirito. È lo specifico dono della Lectio divina. La Parola che viene ascoltata è interiorizzata nella meditazione orante, ed entra prima attraverso le orecchie del monaco per diffondersi poi in tutta la sua persona, nella totalità della sua esistenza fino a diventare “uno” con lui. A quel punto egli diventa ciò che ascolta e può a sua volta essere ascoltato.
C’è una dimensione della vita che dà luce a quest’esperienza spirituale: la Liturgia. In essa giunge e si dà un percorso spirituale/esistenziale che sgorga dall`ascolto, si alimenta nella lectio divina e sfocia in essa e da essa riparte. La Liturgia si manifesta come momento centrale al quale affluisce la meditazione e lo studio della Scrittura e dal quale defluisce la vita di comunione e d`amore del monaco. La Preghiera liturgica e la preghiera personale sono anello di congiunzione tra il dono ricevuto della Parola e il dono offerto di una vita trasformata da quell`ascolto. È nella Liturgia che per il monaco l`ascolto della Parola si trasforma in Vita. E’ in questa vita che egli “sta” sentinella dell’oggi con gli occhi rivolti al domani.
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COMUNITÀ D’AMORE. In questa stabilitas orante e liturgica che è anche la forma della sua libertà, il monaco si esercita a conoscere l’uomo che è in sé. Lo può fare perché ha esperienza personale di questa umanità, in sé stesso e in quella umanità-divina che ha incontrato nella Parola Incarnata che è Gesù di Nazareth.
Il monaco sperimenta la comunità monastica come esito di quell’ascolto che si fa “amore all’altro” nato da questa pienezza d’umanità, da questa trasparenza che egli si esercita a vivere nella relazione quotidiana con i suoi fratelli. È nel quotidiano, cioè nella carne che vive, e non nell’Eterno spiritualizzato, che il monaco partecipa alla comunità monastica come comunità d’amore, con tutti i suoi limiti umani e le sue umane risorse. Ogni rapporto è purificato e vissuto nella libertà più profonda. Si tratta di un amore concreto rivolto alla persona singolare del fratello.
È ciò che nella tradizione romualdino-camaldolese viene tramandato con l’espressione privilegium amoris, ove il privilegium non consiste in una preferenza, ma in una in-ferenza sigillata nella fedeltà fraterna.
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OSPITALITÀ. L’amore a Dio e ai fratelli della comunità è generativo e non si potrebbe comprendere senza il frutto spirituale/antropologico che contribuisce a definire l’identità del monaco camaldolese: l’ospitalità, apertura della comunità monastica al mondo, ma anche del mondo alla comunità monastica.
Oggi la nuova frontiera dell'ospitalità consiste nel coltivare una tensione continua di relazione e comunicazione con ogni ambito dell’humanum. Così l`ospitalità permette al monaco di non morire, ovvero di non fissarsi, bensì di continuare ad essere sia unificato che aperto.
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In questa circolartità Ascolto/Lectio/Liturgia/Preghiera/Vita/Comunità d`amore/Ospitalità si può riassumere l`intuizione fondamentale della spiritualità benedettino-camaldolese di Romualdo.
Essa è un`esperienza di vita individuata nelle luci del X secolo che ancora oggi i monaci camaldolesi cercano di perseguire convinti che il tentativo di stare dentro le esigenze della modernità alla luce della Parola sempre viva e attuale del Vangelo sia il miglior modo di perpetuare il carisma riformatore di Romualdo.
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