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Nella tradizione monastica medievale lo studio delle erbe e la loro coltivazione erano attività tradizionali, talora indispensabili per la sussistenza stessa del monastero che, per motivi di scelta religiosa, era isolato dal contesto sociale.
In tutti i monasteri c’era un hortus sanitatis dove venivano coltivate le piante medicinali, sotto la direzione del monachus infirmarius, un monaco con specifiche funzioni sanitarie, che, sulla base delle informazioni apprese dai libri e dell’esperienza, aveva l’incarico di curare i malati, monaci o pellegrini che fossero.
Ogni monastero coltivava tutte le specie compatibili con le condizioni ambientali del luogo e acquistava direttamente sul mercato le altre ugualmente necessarie alla preparazione dei medicamenti.
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I monasteri divennero così nuclei di organizzazione sanitaria, dove si pensava anche all’aspetto legato alla ricerca di nuove soluzioni terapeutiche, in primis la preparazione di nuovi farmaci.
Le loro sperimentazioni, inoltre, consentirono di selezionare erbe dalle diverse proprietà che, una volta essiccate, erano poste a macerare in alcool, a volte anche distillate, quindi dopo essere state filtrate venivano utilizzate come bevande corroboranti e digestive.
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La tradizione dei Monaci camaldolesi ha posto fin dall’origine particolare attenzione alla cura dei malati e alla formulazione di medicamenti; quella stessa cura che continuano ad avere ancora oggi nella produzione di tisane, liquori, creme e altri prodotti naturali preparati seguendo proprio le loro antiche ricette.
Oggi, nell’Antica farmacia di Fonte Avellana sono reperibili molti dei prodotti di questa antica tradizione.
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